Ombre cinesi /2
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A proposito di crisi dei mercati azionari, l'anno scorso scrivevo: "(...) Ora stiamo tutti in ansia per Wall Street, che soffrirà ancora ma se la caverà pure stavolta, mentre il vero crack di sistema, se mai ci sarà, verrà proprio secondo me da Shangai, non da New York". Come abbiamo visto, contrariamente alle apocalittiche previsioni dei tanti "esperti" che solo qualche mese fa profetizzavano un definitivo tracollo tipo grande crack del 1929, il sistema alla fine ha retto. Wall Street non è sprofondata come nel '29 e anzi con la primavera è arrivato un rimbalzo che tra alti e bassi è durato sostanzialmente fino ad oggi, mettendo a segno un complessivo rialzo davvero corposo. A sprofondare ancora una volta sono stati solo tanti sedicenti e spocchiosi "esperti". Oggi, dopo tanti rialzi, c'è spazio per una correzione in senso negativo, per poi secondo me (lo ripeto per l'ennesima volta: solo sensazioni di uno qualunque le mie, non sono un "guru"!) poter nuovamente ripartire al rialzo. Ma non è di questo che voglio parlare ora. Voglio tornare sul tema Cina, con cui infatti ho iniziato questo post. Come detto, da tempo penso e scrivo qui sul blog che il "Big One" dei mercati (per dirla usando il termine con cui in California si descrive il "super terremoto" che prima poi è destinato ad arrivare proprio in quello Stato degli Usa) quando mai ci sarà arriverà dalla Cina. Perchè lì c'è (come appunto scrivevo, vedi post già linkato sopra) un sistema ormai tanto gonfiato quanto pieno di enormi bluff nascosti, a partire dai conti del comparto bancario che tutto regge con i suoi finanziamenti. Quando ho scritto queste cose ho ricevuto anche parecchie (legittime) critiche: sono molti quelli che vedono ormai la Cina come una macchina invulnerabile destinata a conquistare il mondo e gli Usa invece come una sorta di Titanic pronto ad affondare una volta per sempre. Per tutto questo lasciatemi dire che oggi registro con grande piacere che anche il Sole24Ore comincia a dare grande evidenza al rischio Cina, parlando della Borsa di Shangai come un "gigantesco schema Ponzi" (lo schema Ponzi è quello della super truffa Madoff, per intenderci). La bolla cinese è una colossale spada di Damocle sui mercati azionari mondiali. E' appunto come il Big One californiano: non si sa quando arriverà, ma si sa che arriverà. Si vive e si va avanti sapendo di questo colossale rischio. Ci si convive insomma. Come oggi di fatto i mercati convivono con il "bluff Shangai". Tanti sanno, ma fa comodo chiudere gli occhi...
Lasciatemelo dire, vive la France! Per la fiaccola delle olimpiadi della vergogna Parigi si è rivelata fatale. Le proteste sono andate a segno. Quella che per la fiaccola made in China doveva essere una passerella internazionale si sta trasformando in un giusto calvario. Tutto questo è importante. Per una Cina che voleva usare proprio i giochi come grande operazione immagine a livello planetario, il colpo è micidiale. Se le facciano pure le olimpiadi, ma saranno blindate. Saranno i giochi dell'oligarchia cinese e delle tante lobby occidentali amiche contro un nuovo sentimento che sta finalmente crescendo in Occidente. Questo è il vero importante risultato. Sempre più persone cominciano finalmente ad aprire gli occhi. La breccia nella muraglia è stata aperta, ora bisogna andare avanti. E il popolo di Internet può fare molto, può rappresentare la pattuglia che fa da apripista, può fare da cane da guardia di una informazione mainstream asservita agli interessi forti di chi va a produrre in Cina a basso costo. Non è solo per il Tibet, questo è il punto. Bisogna andare avanti perchè alla Cina sia finalmente imposto di fare "fair trade" e non solo "free trade". Vuol dire che i cinesi devono rispettare le regole base (condizioni di lavoro, norme ambientali, sicurezza dei prodotti...) imposte anche negli altri Paesi industrializzati, altrimenti i loro beni devono essere sottoposti a dazi e limitazioni. Nei casi più gravi rispediti direttamente al mittente. E, sia chiaro, questo dovrebbe valere per le aziende cinesi, ma anche e soprattutto per quelle occidentali (italiane comprese, ovviamente) che decentrano in Cina le loro produzioni.
Parlando ancora di Cina (vedi post precedente) oggi sta facendo notizia l'ultima presa di posizione di Google. L'azienda americana del motore di ricerca dice di non voler più sottostare alla censura internet imposta in terra cinese dal governo di Pechino. Beh, viene da dire: meglio tardi che mai! E soprattutto da sperare che Google abbia effettivamente la volontà di andare fino in fondo (insomma niente marcia indietro sotto le pressioni cinesi...). Come tante altre aziende di tanti altri settori finora di fatto anche Google aveva deciso di chiudere un occhio in nome del business. Questo, come ormai evidente, è il ricatto di Pechino: se vuoi lavorare sul grande mercato cinese devi accettare certe regole che in Occidente sarebbero pura follia (come ad esempio far "sparire" il Dalai Lama da internet!). Se un marchio così importante come Google comincerà davvero a dare il buon esempio, a rifiutare cioè il ricatto cinese, sarà veramente un fatto strategico. Se uno iniziapoi altri lo seguono e pian piano chi non lo fa si confina in una posizione odiosa esempre più indifendibile. Ahimè non sono molto ottimista su questo, ma ci spero. In fondo sta cominciando a succedere così anche con la sensibilità per l'ecologia e l'ambiente: dopo decenni bui in questo senso ora al contrario tra le grandi aziende c'è una vera e propria gara a chi si dimostra più "verde". Ecco, spero che, se in Cina le cose non cominciano a cambiare, si possa arrivare in futuro alla gara per chi si dimostra meno cinese-dipendente possibile. Le campagne di sensibilizzazione in questo senso sono molto importanti. Internet è molto importante. I blog anche possono fare la loro parte. Bisogna sperare di riuscire a formare una sensibilità pubblica, proprio come è successo per l'ecologia. Deve passare sempre più l'idea che in nome del business non si può chiudere gli occhi davanti a violazioni di massa dei diritti civili. Deve sempre più passare l'idea che bisogna premiare i prodotti e servizi delle aziende che lo capiscono, mentre bisogna boicottare quelli delle aziende che invece si ostinano a far finta di niente.
L'amico Duca sul suo blog Finanza e Politica si ricollega al mio ultimo post sulla Cina per aggiungere un elenco di punti critici proprio per il mercato cinese. Condivido pienamente la sua analisi. Vi consiglio dunque di fare un salto su Finanza e Politica.Etichette: Cina
Come chi segue da tempo questo blog sa, non sono tra quelli che pensano che ormai il "dragone cinese" sia invulnerabile. Ne ho parlato spesso: la "bolla cinese" secondo me è destinata ad implodere. La Cina non finirà col seppellire il sistema economico occidentale, ma al contrario dovrà prima o poi fare davvero i conti con i micidiali contraccolpi di una crescita forzata (contraccolpi a livello macroeconomico, sociale e ecologico) e con i tanti “bluff” ancora tutti da scoprire veramente (ci sarebbe molto da scavare ad esempio nel sistema bancario e finanziario cinese....). Il futuro dunque a mio avviso non riserva il trionfo planetario di Pechino, come molti in Occidente pensano, ma al contrario un ridimensionamento del mito del made in China alla conquista del mondo. Sì, certo, continueranno a giocare un ruolo importante, ma si ridimensioneranno. Come anni fa ad esempio è già successo a quelle che venivano chiamate le "tigri asiatiche" (le nazioni tipo Taiwan, Singapore, Corea...) o anche al Giappone. E, come appunto ho già scritto in passato su questo blog, il fisiologico ridimensionamento di Pechino rischia di passare per un tracollo della Borsa di Shangai. Ora stiamo tutti in ansia per Wall Street, che soffrirà ancora ma se la caverà pure stavolta, mentre il vero crack di sistema, se mai ci sarà, verrà proprio secondo me da Shangai, non da New York. Sono tornato con questo post a parlare di tutto questo perchè mi ha positivamente colpito il servizio in copertina questa settimana sul settimanale Economy. Con tutti i media che in modo un po' banalotto continuano a fare servizi sulla Cina alla conquista del mondo, senza magari andare a verificare in modo un po’ più approfondito e critico numeri e trend, Economy ha saputo fare davvero una bella analisi di scenario, mettendo in luce aspetti che invece molti altri giornali trascurano per la solita superficialità. "La produzione per la prima volta da 11 anni inizia a rallentare. L'inflazione e i salari corrono. Montano le tensioni sociali e politiche. L'ambiente versa in condizioni preoccupanti. E adesso esplodono anche le bombe dei sabotatori. Dove va Pechino?". Inizia così il pezzo a pagina 20. Ve ne consiglio la lettura.Etichette: Cina
Ne avevo già parlato in passato, torno sul tema. Secondo me tante cose che vediamo in giro per il mondo, tante tensioni economiche e politiche, si spiegano solo con lo schema di una sorta di braccio di ferro a tre Usa-Russia-Cina, o meglio, come appunto ho già avuto modo di dire, in un Usa-Russia e in un Usa-Cina. Il tema del contendere è strettamente legato agli equilibri valutari. Da una parte gli americani devono difendere il primato del dollaro e una Russia che potrebbe cominciare seriamente a prezzare petrolio in euro diventa un grosso rischio (gli americani sono storicamente quelli dei petroldollari, non dimentichiamocelo mai). Dall'altra parte gli Usa in questi ultimi anni stanno di fatto scaricando il loro deficit oltre i loro confini usando la leva del dollaro basso e in questo senso una valuta cinese che resta troppo deprezzata agli occhi dell'amministrazione statunitense è un problema grave. Eccola la "vera guerra": quella allo yuan basso. Gli americani premono e Pechino non cede, o piuttosto, furbescamente, lo fa col contagocce e facendo pesare ogni micro passettino. E l'Europa in tutto questo? Come al solito, come sempre su tutte le grandi questioni internazionali, è debole, quasi inesistente (come le forze dell'Onu quando si trovavano in mezzo agli scontri tra serbi, croati e bosniaci). Perchè in fondo non esiste l'Europa, ma solo una tecnocrazia centrale europea. Risultato: gli americani sono almeno riusciti ad ottenere negli ultimissimi anni un apprezzamento dello yuan nei confronti della loro moneta di oltre il 9%, mentre in senso opposto si è ancora continuato a muovere l'euro: da inizio 2007 ad oggi ad esempio lo yuan si è ulteriormente deprezzato nei confronti della valuta europea del 10%. Cinesi e americani si danno battaglia per avere ognuno la propria moneta più bassa, per scaricare appunto deficit o per favorire l'export, mentre la molle Europa si lascia passivamente affossare dal supereuro che impantana le nostre esportazioni, dalla propria selva di regole interne iperburocratiche e dalla concorrenza sleale cinese lasciata libera di agire senza seri controlli. Insomma, c'è chi ha la forza di fare le giuste guerre, come appunto gli Stati Uniti, c'è chi no, come appunto il Vecchio, anzi Vecchissimo, Continente. Etichette: America, Cina, dollaro, euro, Europa, petrolio, Russia, Usa, valute, yuan
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Qualche lettore mi accusa di avercela troppo con Barack Obama ;-) E allora questa volta, a proposito dell'accordo Usa-Cina sul no alle limitazioni per le emissioni dei gas che creano effetto serra (tema di cui dovrebbe tornare a occuparsi il mese prossimo il vertice sull'ambiente di Copenaghen), non dico niente e mi limito a segnalare l'attacco del pezzo di Vittorio Zucconi in prima pagina su Repubblica. Scrive Zucconi (citando il Wwf): <<"Avrebbe potuto prendere il toro dell'inquinamento globale per le corna a Copenaghen e invece lo ha scansato" fremono contro Obama gli ambientalisti del Wwf, aggiunti da ieri alla sempre più lunga lista internazionale dei delusi dal carismatico "profeta del cambiamento" che in dieci mesi di presidenza sembra avere cambiato poco>>.

Oggi il colosso Petrochina ha fatto il suo debutto alla Borsa di Shangai e il suo titolo ha più che raddoppiato il suo valore in un colpo solo, e questo dopo aver raccolto la bellezza di 9 miliardi di dollari in fase di offerta pubblica. In una sola seduta Petrochina per capitalizzazione borsistica diventa la prima compagnia petrolifera mondiale (vale il doppio di un big storico come Exxon). Insomma, clima da vera e propria sbornia. E qui, come spesso succede, sta secondo me il segno di una forza contingente, ma contemporaneamente di una grande fragilità a tendere. Sì, sono tra quelli che pensano che i mercati finanziari cinesi costituiscono ormai una bolla speculativa, che prima o poi imploderà scatenando un pericoloso effetto domino anche in Occidente. C'è ormai come si dice in gergo un "ipercomprato" diffuso e in più a rendere potenzialmente "friabile" il quadro c'è in Cina, non dimentichiamocelo mai, un contesto bancario con troppe ombre. Insomma, l'Orso vero (non le "correzioni" che stiamo periodicamente vedendo da qualche mese), quando arriverà potrà avere come punto di partenza proprio Shangai (non dunque gli Usa dei subprime) e la miccia potrebbe essere accesa proprio dall'industria bancaria cinese. Etichette: bolla, Borsa, Cina, Petrochina
Dunque, come da molte parti e pure in questo blog nei giorni scorsi si ipotizzava come evento probabile, è arrivata sulle Borse aria di storno (grazie anche alla sortita sulle banche di Obama, peraltro come al solito puramente di natura propagandistica...). Cerchiamo quindi in questo momento di fare nuovamente il punto. Quale lo scenario, quali i possibili sviluppi per i mercati azionari? Premesso che, come già detto un sacco di volte non ho la sfera di cristallo nè tantomeno mi considero un guru o un "esperto", dico la mia. Secondo me il macro-trend di fondo resta rialzista, ma in termini di correzione ribassista l'Orso ha alcune carte di un certo peso da giocarsi. Risottolineando ancora una volta quanto il rimbalzone 2009 sia stato "drogato" (creato "in laboratorio" dalle politiche monetarie delle banche centrali e dagli interventi neo-statalisti in favore dei banchieri), bisogna ora tenere conto che negli Usa la super attiva "manina" della Fed salvo sorprese sarà ritirata già dal secondo trimestre. Non solo in America ma un po' ovunque, persino in Cina, per il "bocchettone" per le banche c'è aria di stretta e si comincia a riparlare di possibile, seppur molto graduale, inversione di rotta per la curva del costo del denaro (dall'autunno potremmo ricominciare a veder salire i tassi). Insomma, i "regimi speciali" non possono durare in eterno. Tirando le somme, c'è, almeno potenzialmente, lo spazio sui mercati per un corposo storno, anche superiore al 10%. Le prossime settimane saranno cruciali. Vediamo che succede da qui fino a marzo. In ogni caso, come già detto in altro post, l'eventuale marcato storno può rappresentare una buona occasione per rientrare sul mercato a prezzi più "sgonfiati".
Lapo Elkann multato a Milano perchè ha lasciato l'auto in divieto di sosta per andare a fare shopping da Armani. Ma la notizia vera non è questa. Guardate nella foto di che auto si tratta. Ebbene sì, è proprio una tedesca Audi. Questa è la notizia. E il made in Italy? Ce l'hanno menata da anni con il made in Italy. Si sono autoproclamati de facto paladini dell'"italianità" (e il punto è che non era obbligatorio, potevano semplicemente continuare a puntare solo sul prodotto e non tentare di far leva sul tricolore... per far sentire in colpa chi acquista vetture straniere). Montezemolo se l'è presa con i nostri politici perchè girano proprio su berline tedesche, guarda caso proprio Audi, e non su vetture italiane, che poi guarda caso vuol dire solo Fiat. E adesso, bello bello, ecco Lapo che va a zonzo su un suv fiammante griffato Audi. La verità è che personalmente nemmeno mi stupisco più di tanto. Montezemolo qualche anno fa era stato beccato in giro in sella ad un'americana Harley (come dire, la difesa del made in Italy vale per le quattro, ma non per le due ruote, visto che Fiat di moto non ne fa...). La 500, come più volte ripetuto, sono andati a farla in Polonia. E persino per l'arredamento degli autosaloni la Fiat si è rivolta all'estero, alla svedese Ikea, con buona pace degli italianissimi mobilieri di Cantù. Così come per il merchandising, come svelato in uno storico servizio di Striscia, era venuta fuori roba fatta in Cina o Romania. Dunque, appunto, non mi stupisco più di tanto se Lapo Elkann se ne va in giro in Audi. Mi stupisco solo semmai che qualche dubbio non venga a tutti quelli convinti della necessità di nuovi aiuti pubblici al settore auto. Sono stato accusato da qualche lettore di questo blog di essere troppo critico nei confronti della Fiat e degli Agnelli. Beh, non so, non aggiungo commenti, riporto solo fatti, giudicate voi. Solo nella giornata odierna già due cose mi hanno colpito: ho visto questa storia dell'Audi di Lapo e, soprattutto, ho letto che il Cda di Fiat ha varato un nuovo piano di incentivazione per il management con qualche milionata di azioni da distribuire gratuitamente alla dirigenza del Lingotto. Non so, ripeto, giudicate voi...Etichette: Audi, Fiat, Lapo Elkann
Attenzione, c'è un dato che credo debba far molto riflettere: la Cina a sorpresa ha pesantemente ridotto il proprio investimenti in titoli di Stato americani. Si parla di un alleggerimento per oltre 34 miliardi di dollari, già avvenuto lo scorso dicembre ma che salta fuori solo ora con la pubblicazione degli ultimi dati del Tesoro Usa. Dopo questa mossa i cinesi non sono più i primi creditori esteri del sistema americano (pesano di più ora i giapponesi). Un fatto appunto che deve far drizzare le antenne...
Rieccomi online dopo la pausa vacanziera. Nei giorni di assenza dal blog e dunque in questo inizio d'anno nuovo il fatto che mi ha più colpito (e che secondo me è passato un po' troppo sotto gamba anche sulla stampa specializzata in economia e finanza) è quello dell'apertura dei cinesi ai futures. L'autorità di controllo del mercato borsistico nella Repubblica Popolare Cinese ha fatto capire che si va verso l'introduzione di un nuovo comparto di strumenti derivati su indici e titoli e verso le vendite allo scoperto. Per carità, nulla di "fantascientifico" o "eretico", è tutta roba che come noto sui mercati occidentali c'è da un pezzo. Semmai c'è da chiedersi cosa tutto questo potrà portare in futuro su un mercato diciamo così con più di un ombra, come spesso sottolineato in questo blog, come quello cinese. I derivati di per sè non sono nè "buoni" nè "cattivi" (non siamo certo qui a fare i "luddisti" della finanza, quelli per cui necessariamente la parola derivato è sinonimo di satana...), il problema è semmai dove possono portare un mercato già sospettato di essere "in bolla" e con aree di potenziale grossa fragilità strutturale. Ho letto sul Sole questo: "L'attesa introduzione di un mercato dei derivati in Cina, secondo gli esperti, contribuirà a stabilizzare un indice notoriamente volatile". Beh, francamente, nel mio piccolo di "non esperto" ho più di un dubbio su questo soprattutto a tendere, pensando a quando la bolla cinese sarà stata ben ulteriormente gonfiata proprio grazie ai derivati...
Personalmente ne sono sempre più convinto: c'è sottotraccia nel mondo una sorta di braccio di ferro a tre per motivi macroeconomici. O, meglio, un braccio di ferro America-Russia e uno America-Cina. Detto così, mi rendo conto, sembra tutto molto banalotto, stile dietrologia da quattro soldi, però, seppur con tutti i limiti di una estrema sintesi, credo proprio che in questo stia il punto e che molte tensioni che si vedranno in questo senso si spiegano. Sul versante russo (più misterioso) credo che in ballo ci sia soprattutto il controllo delle risorse energetiche, mentre su quello cinese la bagarre ha in questa congiuntura a mio avviso un tema evidente: il cambio dollaro-yuan. Con il dollaro debole gli americani stanno di fatto scaricando deficit oltre confine e sostenendo una economia in una fase di passaggio delicata. Gli unici a rompere le uova nel paniere della politica valutaria sono i cinesi. Sono convinto che se non si troverà una mediazione proprio per quanto riguarda il cambio dollaro-yuan vedremo frizioni crescenti tra la Casa Bianca e Pechino. E lo dico subito a scanso di equivoci: per la masochista e debole Europa (incapace di difendersi di fronte alla spregiudicata offensiva commerciale cinese) è un bene che gli americani non mollino. 
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